Politiche Agricole
Centinaio, dopo Zaia un altro leghista all’assalto della «Fortezza Europa»
Alessio Romeo
Il nuovo ministro si insedia nel giorno dell’avvio dei negoziati sulla nuova Pac, una partita decisiva per il futuro del settore. Breve storia del rapporto Lega-Ue dalle quote latte in poi
Oltre cinque anni dopo Luca Zaia, il ministro che voleva “sporcarsi le scarpe”, un altro leghista torna al dicastero di via XX settembre. Gian Marco Centinaio, 47enne pavese, leghista della prima ora, ha all'attivo incarichi come vice sindaco della sua città e assessore alla Cultura nella giunta guidata dal forzista Alessandro Cattaneo (2009-14). Senatore alla seconda legislatura è dal luglio 2014 capogruppo a Palazzo Madama, dopo l'elezione del compagno di partito Massimo Bitonci a sindaco di Padova. Ha partecipato attivamente al tavolo tecnico che ha stilato il contratto di Governo. Tra le sue priorità ci sarà la riforma della Politica agricola comune, una partita difficilissima per l’Italia che rischia di pagare due volte con i tagli al bilancio Ue e la redistribuzione degli aiuti tra Stati membri.
La storia della Lega in fondo è intrecciata con l’agricoltura, e con la politica comunitaria in particolare, fin dall’inizio. Dai primi anni ottanta quando l’allora Lega Nord costruì le sue prime fortune politiche cavalcando il dissenso degli allevatori contro le multe latte per il superamento della quota di produzione attribuita all’Italia da Bruxelles. I famosi (e famigerati) Cobas del latte. Una politica, quella delle quote latte, emblematica dei rapporti tra Italia e Unione europea, al centro del programma e delle polemiche sui cui si appresta a giurare e a giocarsi il proprio futuro il nuovo governo Conte.
Le quote latte: una fila di errori cominciata dalla disastrosa trattativa condotta dall’Italia sulle quote che ha imposto, dal 1984, un contingente produttivo largamente inferiore alla realtà e al potenziale nazionale. Un errore che ne ha portati con sé altri, costati anni di battaglie e di multe, pagate dalla Stato italiano e mai completamente recuperati dagli allevatori. Con l’unica certezza finale di un costo per la collettività dei contribuenti intorno ai 4 miliardi.
Fu un altro amico storico della Lega, l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, a contrattare con una spettacolare e “piratesca” operazione la prima rateizzazione dei pagamenti per gli allevatori italiani, tenendo in ostaggio l’Ecofin, dove si vota all’unanimità, per far passare al Consiglio agricolo Ue (che vota a maggioranza qualificata) quello che Bruxelles considerava un indebito aiuto di Stato dell’Italia. Era il 2003.
Lo stesso Zaia (ma anche Alemanno) negli anni successivi ha perfezionato le altre operazioni di rateizzazione nella querelle infinita sulle multe Ue. E sempre Zaia portò, nell’aprile 2009, il G-8 agricolo nel castello veneto di Cison di Valmarino (di proprietà del supermanager Massimo Colomban tornato alla ribalta delle cronache come assessore alle Partecipate del comune di Roma a guida 5 Stelle). Un successo concluso con l’avvio del primo piano di monitoraggio delle scorte cerealicole globali dopo la crisi della primavera 2008.
Ora, proprio i rapporti con l’Europa sono al centro del programma agricolo – e non solo – del nuovo governo. Nel capitolo dedicato all’agricoltura si parla però di recupero di sovranità alimentare da parte dell’Italia. Un richiamo che suona un po’ strano considerando che l’Italia è un paese deficitario mediamente al 50% nelle principali commodity agricole, oltre a essere storicamente importatore di materie prime ed esportatore di prodotti finiti. E qui suona meglio, tra le priorità dell’esecutivo, la tutela del made in Italy. Ben venga quindi la volontà del nuovo governo di “incidere nel contesto normativo dell’Unione europea e condizionare le scelte all’interno della prossima riforma della Politica agricola comune”. Una riforma che viene presentata dalla Commissione all’Europarlamento lo stesso giorno del giuramento di Centinaio. Il migliore auspicio è allora forse quello di sporcarsi magari meno le scarpe ma di essere più presente dei suoi predecessori – senza distinzione politica – a Bruxelles, dove si gioca un partita decisiva per il futuro del settore.
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